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1) ...Se Guybrush avesse cominciato la sua avventura su Scabb Island? (Danilo "Iena" Puce)

Cosa sarebbe successo se Guybrush avesse cominciato la sua avventura su Scabb Island?

 Prima c’è LeChuck che mi prende a pugni e mi sbatte lontano, unendo alla mia sensazione di dolore quella della vertigine del volo.

No. Cominciamo dall’inizio. Prima c’è il freddo.

Tanto freddo sferzante dei piccoli gelidi pugnali che il vento soffia sulle mie guance quella notte, mentre parlo con Fink.

Sono appena approdato su Scabb Island con solo un sogno nelle mie tasche vuote. Quello di diventare un pirata che attraversa la calda brezza marina con la posa forte di chi è in grado di piegare le tempeste e di brindare alle maledizioni della vita.

Sono appena approdato su Scabb Island e sto parlando con Fink. Fink è un pirata. Ha la benda e la gamba di legno. Fink mi dice che Scabb è l’isola libera, dove ogni pirata è libero di essere un pirata. Lo so, dico io, è per questo che sono venuto qui. Non si capisce mai se Fink sorrida o ringhi dietro quei suoi baffoni intrisi di alcool. Prima mi parlava di un certo suo amico partito per chissà dove. Bart. Ora invece digrigna la faccia in una espressione da folle.

-Scabb non è poi tanto libera- asserisce con l’aria di chi ha la saggezza degli antichi e sta disperdendo perle.

Nessuno ancora conosceva il nome di Guybrush Threepwood quando i miei piedi toccarono la terra dell’Isola. E’ stato con Fink che ho parlato per la prima volta. Stava seduto in un angolo a riscaldare chissà cosa. Parlando con lui cercai di capire se poteva aiutarmi a diventare un pirata.
Fink ricomincia a parlare.

- Hai scelto un brutto momento per realizzare i tuoi sogni, ragazzo. I mari sono infestati da una minaccia fantasma, e la terra di Scabb è a sua volta infestata da una minaccia in carne e ossa!- asserisce con l’aria di chi ha bevuto troppo alcool e sta farneticando scemenze.

Lo saluto e mi incammino nel silenzio della notte. La puzza di quella dannata Isola mi fa trasalire di una sconosciuta e mistica emozione di virile libertà, di sperata maturità, di coraggio da tirare fuori.

Rimango incantato a pensare a questo fino a che non arrivo al ponte. Il ponte di Woodtick.

La mia mente vacilla per l’emozione della nuova avventura che sto vivendo. Vengo riportato con i piedi per terra dalla brusca presenza di una piccola figura davanti a me, con lo stesso impatto emotivo con cui un palloncino che stava volando viene esploso nell’aria. Bam!
-Ehi, cagnolino, dove diavolo stai andando, si può sapere?- mi dice la voce roca sotto di me. Bam!
Nemmeno un giorno a Scabb e già ho avuto l’onore di conoscerlo. L’onore? Si tratta di Largo LaGrande, una feccia prepotente che sembra stare sempre a dedicarsi ai bagordi in zonzo per la zona, ma che non manca mai di sbucare all’improvviso quando qualcuno attraverso il suo ponte. Suo neanche tanto. Come so queste cose? Me le ha dette Fink. E’ Largo la minaccia in carne ed ossa dell’Isola. Come ha ragione, il vecchio Fink.
Ebbene ero lì, a molte miglia da un posto sicuro, con un nanerottolo dall’aria cattiva che attende spazientito una risposta che da me non potrà mai avere.

-Questo è un ponte con pedaggio, o paghi o finisci male-

Al diavolo il tuo ponte, sono solo un ragazzo che ha voglia di diventare pirata, penso.

E Largo mi assesta un colpo diretto alle reni, con le sue piccole mani chiuse in un una morsa stretta e violenta, un colpo così potente che ancora mi chiedo come ho fatto a non sentire la consistenza di uno dei miei polmoni fra le mie gengive. E mentre mi piego, Largo usa l’altra mano per colpirmi al mento. Wow, se avessi avuto davvero un polmone in bocca sarebbe stato quello il momento esatto in cui l’avrei sputato.

Cado a terra, e Largo ride, e mi dice cose che alla mia mente confusa e dolorante appaiono come minacce.

Largo mi dice che nell’Isola non c’è posto per ragazzini come me, e io lo capisco perché comincio a riacquistare lucidità.

Non ho paura, dico a Largo.

Bugiardo.
Largo mi afferra per il bavero e mi urla di levare le tende o per me saranno guai. Grossi guai.

Non ho inseguito un sogno per fermarmi alla prima difficoltà. Nella stiva in cui ero accucciato prima di arrivare a Scabb, con una inutile coperta sulle spalle, mentre il freddo e la posizione mi annientavano i gomiti e le ginocchia, e i piedi, mi ero ripromesso che nulla mi avrebbe mai fermato dal realizzare il mio desiderio. E una volta realizzato, nemmeno allora niente mi avrebbe mai fermato.
Lo dico a Largo. E gli dico prima di tutto che voglio diventare un pirata. Un pirata, chiaro?
Largo sorride malefico, e mi schiaffeggia come un nonno rimbambito che sordo alle imprecazioni di dolore del nipote tenta di fargli un gesto d’affetto.

Sono qui con il mio nuovo nonno rimbambito, che mi dice che se voglio diventare un pirata sono nel posto giusto. Questa è Scabb Island, dice Largo LaGrande.

 

 

 

La faccia del barista appare come una grossa luna pallida. E’ spaventato. Sta provando il vero terrore, mentre Largo sbraita minacce. Ho una pistola. Dico al barista che se non fa quello che Largo dice, il suo sangue colorerà di una densa porpora il muro di legno dietro di lui. Largo consiglia al barista di ascoltarmi, perché –Tenaglia è un tipo fuori di testa, penso sia meglio per te non farlo arrabbiare-. Sono io Tenaglia.

Stessa scena. Funziona sempre così. Un binomio perfetto. Una coppia solida, quella di Tenaglia e Largo, che vanno in giro per l’Isola a dire le stesse identiche cose alle stesse identiche persone. E’ come un amaro teatrino.

Pensavo che per diventare pirata occorresse superare qualche prova. Me l’ero sempre immaginata così. Invece arriva Largo, mi mette una benda all’occhio, e mi dice –Tu ti chiami Tenaglia-. Eccomi diventato un pirata. Tutto qui. Mi è bastato accettare Largo come caporione ed essere la sua spalla, il suo braccio destro nelle sue attività.
Da allora ho sempre accompagnato Largo nelle sue spedizioni punitive. Quando ha visto la mia determinazione nel voler diventare un lupo di mare, Largo mi ha preso sotto la sua ala e mi ha fatto diventare il suo sgherro. Non che mi piaccia tanto spaventare la gente, ma alla fine nessuno si fa male, tutti rispettano un preciso canovaccio per avere salva la pelle, e Largo mi spiega che i pirati sono quelli che comandano e non si fanno comandare.
Spesso questa vita da malvivente locale mi stanca, mi deteriora. Allora parlo con Largo.

Quando andremo per mare? Presto, mi dice.

Tu sei mai stato per mare? Sì, mi dice. E diventa malinconico.

Eri un capitano? No.

Chi era il tuo capitano? LeChuck.

Le lenzuola mai lavate di Largo mi pizzicano il sedere mentre sprofondo nel materasso morbido della sua stanza e lo ascolto parlare, lo ascolto mentre mi racconta di LeChuck.

LeChuck sembra essere stato il più grosso figlio di cagna della storia, e LaGrande c’era mentre lui torturava la gente, strappava le unghie a tizio, o buttava agli squali caio.

LeChuck sembra essere stato uno di quei tipi che sputano dove gli altri ingoiano. E viceversa.

E’ morto questo LeChuck? Largo mi risponde qualcosa ma non riesco a capire quello che dice. Eppure ho sentito benissimo.

 

Il tizio delle carte, lì, il rosso, il guercio. Ha riaperto il suo studio polveroso, ritornando da un viaggio, ed ha cominciato a tracciare in fretta degli schizzi. Largo ha buttato tutto all’aria e gli ha sbraitato qualcosa. Ha detto che deve cominciare a pagare o non otterrà la protezione. Ovviamente il cartografo deve proteggersi proprio da Largo.
Soldi come autocontrollo. O mi paghi o ti sfascio tutto. Questa è la legge nel paese dove non c’è legge.
Dico a Largo che tutto questo non è necessario, che non vorrei infrangere il mio sogno in una assurda condotta da violento e barbaro prepotente. Largo mi risponde che ci tocca farci rispettare, che i pirati comandano, e non si fanno comandare.

Ma chissà perché, io ad ubbidire a Largo sono costretto a farlo sempre. Altrimenti si arrabbia di grosso.

 

Dopo un po’ che fai questo mestiere cominci a capire le facce della gente. Ed io comincio a capire che tutti quelli che mi guardano durante queste operazioni di “giustizia ed ordine”, vogliono dire la stessa cosa. Vogliono tutti farmi capire che hanno capito. Che hanno capito che sono uno in gamba, uno giovane e pieno di energia, e che è meglio che cambi idea in tempo prima di ritrovarmi a fare la fine di Largo. Mezze occhiate, mezze parole, biglietti anonimi, e traggo queste conclusioni. La gente di Scabb non mi odia, ed io non ne sono per niente dispiaciuto. Forse sto sbagliando a cercare di raggiungere il mio sogno idealizzandolo in Largo LaGrande. Forse gli altri credono di poter riporre in me una speranza. Credono che ci sia ancora possibilità di redenzione, almeno per Tenaglia.

Tenaglia, secondo Largo, è un nome da tosto. Da duro. Uno di quei nomi che incutono brividi nella schiena. Uno di quei nomi che a sentirli ti riportano alla mente la stessa sensazione che hai provato cadendo dall’albero più alto della nave durante una tempesta. E lo stesso vale per la benda. Sarà, ma la mia faccia da ragazzo pulito non credo abbia mai incusso tanta paura.

Forse è per questo, o forse per il fatto che loro sanno che io con Largo non avevo mai molto a che fare, che la gente di Scabb non mi odia. Mi trattano con rispetto e timore reverenziale, anche se sono io il primo a provare disagio e timidezza quando sono con loro. Non mi odiano, e vi starete chiedendo perché, dato che sono io a schiacciare la fredda canna della pistola alle loro tempie quando non pagano Largo.

Il fatto è che sicuramente loro hanno capito quanto io c’entri poco con LaGrande, quanto sia solo una vittima di una dannata prepotenza quanto loro. E credo che ammirino il fatto che ogni tanto ridò loro sotto banco una parte degli stessi soldi che ho contribuito a rubare. Largo non se ne accorge nemmeno, quello ama spendere il suo denaro ancor prima di averlo contato.

Versagliene versagliene ancora! Largo sta dormendo sbronzo nel suo letto e io sono qui ad accennare sorsi di un caustico grog in mezzo ad amicizie clandestine.

Sono Guybrush Threepwood, un temibile doppia-faccia. Di giorno Tenaglia, spalla di un prepotente, di notte Guybrush, amico dei miei compagni di sorte. Chè lo sappiamo tutti che Largo tratta anche me come una pezza da piedi. Ed io aspetto solo il giorno in cui avrò una dannata ciurma e me ne andrò via da quest’Isola.

Gli amici pirati vanno avanti a cantare. Io ho paura che sveglino Largo. Forse è il grog che mi dà questa paranoica tristezza. Gli amici mi dicono che presto mi aiuteranno a liberarmi da Largo, e che mi capiscono. In realtà nessuno fa niente. Gli amici mi dicono che Largo è solo un fallito, frustrato. Una volta era qualcuno, era il braccio destro di LeChuck. Ed ogni tanto, disperso nella nebbia notturna, Largo aspetta che una nave venga a prenderlo e portarlo via. Ma nessuno dice questo in faccia a Largo LaGrande.

 

Anche se hai le mani che tremano e le tempie bagnate di sudore devi andare avanti.

Marty il pazzo sta pendolando da un cavo appeso sopra il mare, vicino alla sua lavanderia. Ha capito male un’ordinazione. Dannazione Marty! Largo ti aveva detto che voleva ogni capo pulito, non che dovevi tagliargli il vestito! E ora stai penzolando da una corda sopra il mare, Marty. Ed anche se le mani mi tremano e il sudore mi bagna le tempie devo andare avanti, a minacciarti che taglierò la corda mentre Largo ti ingiuria. Dannato sordo, urla Largo imbestialito. E urla altre cose che rabbrividisco solamente a pensare, per cui non ripeto.

No Marty. Non sto cercando un finanziere da amare. Ho detto che sto per farti cadere in mare. In mare capito? Hai capito Marty? L’impatto con l’acqua è forte. Ora Marty ha capito.

Ed ora anche io ho capito il terribile e malvagio carattere che nasconde Largo. Ed ho una dannata e confusa paura.

 

Il sole tinteggiava di giallo e rosso fortissimi il cielo, i raggi danzavano con le nuvole, le prendevano, le corteggiavano, e poi le risoffiavano via, ed i gabbiani stavano a guardare, e cantavano, mentre solo il mare incitava al silenzio, con la più dolce melodia che si sia mai sentita, quella della spuma che con placida lentezza si abbandonava sulla spiaggia.

Uno splendido tramonto a Scabb Island, quando giunse la notizia. Quella notte avevo dormito in camera con Largo, come al solito nel mio lenzuolo sul pavimento. Era molto che evitavo di frequentare Largo, spesso trascorrevo le notti fuori, ma era praticamente impossibile sfuggirgli.

E ora ero sulla spiaggia a respirare la libertà ad ampie boccate. Sapeva di sale.

Il sole mi mostrò una bellissima ragazza sulla spiaggia. Era morta? No ma di sicuro era eterna. Di una dolce ed eterna bellezza.

Tenaglia si toglie la benda, e rimane Guybrush a guardare questo splendido dono del mare.

 

La ragazza naufragata si trova ora sul tavolo dell’albergo, dopo che il bancone è stato sgombrato di tutto punto, e il coccodrilletto è stato rinchiuso. Largo dà segni di impazienza. Chiede all’albergatore se è veramente lei. L’albergatore annuisce. Si tratta di Elaine Marley, Governatore di Melèè Island.
Correva voce, nei Caraibi, che LeChuck fosse tornato dalla morte con una ciurma di fantasmi, e che stesse progettando il rapimento di Elaine. E pare che, non avendo ricevuto intoppi da intrusi o pirati novelli troppo curiosi, LeChuck avesse compiuto il suo rapimento. Allora non era una leggenda. Questo mi spiega Largo mentre io non tolgo gli occhi dalla ragazza. Largo mi porta nella camera con la ragazza.

Mi spiega che sicuramente quella tipa tosta di Elaine Marley è fuggita ai suoi carcerieri. Largo mi dice che presto tornerà a veleggiare i mari con il terrore LeChuck, quando dimostrerà al suo vecchio capitano che è stato in grado di essergli d’aiuto ricatturando Elaine. Io sono al settimo cielo. Finalmente posso partire per il mare e diventare un vero pirata con il leggendario LeChuck!
Ma Largo non mi ascolta. Pare che io non rientri nei suoi piani. Mi ordina di stare a guardia della ragazza fino a che egli non sarà ritornato dal suo viaggio nella ricerca della nave fantasma nei dintorni. Mi dice che poi sistemerà me e la ragazza. Finalmente è arrivato il suo momento, spiega. E mi minaccia di morte in caso io non obbedisca ai suoi ordini.
La porta si sbatte con un tonfo ed io rimango solo con Elaine, a dimenticare tutto il resto.

 

Elaine è una prigioniera intrattabile. Tenta la fuga. La vado a riprendere e la riporto indietro. Le porto da mangiare e da bere e lei prende tutto a calci e fa volare via tutto. Che donna!
Mi dice che sono un dannato criminale e che le faccio schifo. Io le dico che no, non sono della fatta di Largo, io , ma che anzi lei mi sta molto simpatica. Vorrei dirle altro ma la mia lingua sembra paralizzata quando si rivolge a lei.

Mi chiede come mai la gente di Scabb non ha ancora fatto la pelle ad un delinquentello come me.

Le racconto che la gente, qui, sa come abbia solamente inseguito il desiderio di diventare un pirata percorrendo una strada sbagliata, sanno il mio vero carattere, e piano piano mi hanno aiutato a disgregare il mondo di illusioni che mi ero fatto intorno a Largo LaGrande, aiutandomi a capire veramente il mondo dei pirati, un mondo di libertà, sogni, avventura, e grandi palpitazioni esacerbate da orgiastiche folle in delirio e dal profumo del mare e dal suo colore al tramonto.

Elaine mi ascolta quando dico queste cose, e non finge interesse, né è troppo ubriaca per non capire appieno le mie parole. E’ la prima persona che mi abbia mai ascoltato veramente.

E’ una donna dal carattere duro. Mi dice che sono uno stupido e che se voglio la mia vita la posso cambiare in ogni momento.
Forse è dopo che mi ha detto queste parole che l’ho portato al Bloody Lip&Grill, ed ho convocato lì tutta la gente dell’Isola.

 

-E’ tempo che Scabb trovi di nuovo la sua libertà!- Le mie parole sono da libro, ma la gente non sembra ascoltarmi.
Organizzi un piano, trovi il coraggio, la gente e le armi. Ora devi solo far sì che la miccia arrivi al termine del suo viaggio, e poi. Bam!

Come un palloncino che prima godeva delle sua eterea tranquillità. Bam! Per voi signori! Bam!

Prima ero il leccapiedi di Largo LaGrande, poi ero l’amico degli abitanti di Scabb, ed ora aiutavo questa strana ragazza nella sua folle fuga da un nemico invisibile. In tutti i sensi.

E pensare che neppure la conosco. Ma è come se la conoscessi da sempre. Vederla legata in un angolo della lurida stanza di Largo, ma non sconfitta, così bella seppure stravolta, mi ha colpito il cuore in un tuffo stupendo. Bam!
E ora eccomi qui, ad aiutarla a fuggire. Ma come faremo quando Largo ritornerà? E per di più con questo fantomatico LeChuck?

Semplice, convinceremo la gente di Scabb a combatterli. Rivolta.

-E’ tempo che Scabb trovi di nuovo la sua libertà!- Faccio risuonare le mie parole da libro perché entrino bene nella testa della gente.

Tutto dicono che sono pazzo. Alcuni pensano che voglia fregarli. Nessuno sembra darmi corda.

Spiego loro che non sono pazzo né li sto imbrogliando. Spiego loro che con le sensazioni che sto provando in questo periodo ho imparato cos’è vivere la vita, ed ho imparato come raggiungere finalmente il mio sogno di pirata libero e sognatore.

E non si tratta della vita che mi sta facendo fare Largo. La sua è sola superba vanagloriosa e stupida tirannia.

Si tratta di tirar tardi la sera a bere e urlare sciocchezze, senza dover rendere conto a nessuno. Si tratta di avere degli amici su cui contare. Si tratta di sentire il vento che ti soffia in faccia e poterlo sfidare, e poter dire: “Ehi figlio di cagna! Io corro più veloce di te!”. Si tratta di guardare il sole sorgere e tramontare e poi sussurrare parole dolci alla luna. Si tratta di essere innamorati.

Le mie parole sembrano toccarli. Ma non accettano la mia proposta di combattere Largo e LeChuck al loro ritorno. Sono troppo forti, mi dicono.

Ma noi siamo di più, ed abbiamo un cuore.

Loro mi dicono che se voglio che loro accettino devo…devo affrontare LeChuck. Da solo.

Accetto.

Il barista apre un cigolante mobiletto sotto al bancone, e ne esce una nebbia di polvere. Prende una bottiglia. La sbatte sul bancone. Pulisco un po’ l’etichetta. E’ birra.

-Birra di radice- mi dice il barista, e mi narra la sua leggenda sulla capacità di questa bevanda di dissolvere i fantasmi.  E di accompagnare gustosamente i frappè.
Infilo la bottiglia sotto la camicia.

Nel momento stesso in cui invito la città a prendere le armi ed Elaine si offre volontaria per capeggiare la battaglia, Marty il Pazzo entra trafelato nel locale. Ha avvistato molto vicino all’Isola una strana nave che pareva attraversare il mare sollevata diversi pollici in aria.

 

 imparato come raggiungere finalmente il mio sogno di pirata libero e sognatore.

 



 

 

Silenzio. Woodtick è l’apoteosi del silenzio. Tutti rintanati come topi nella cucina del locale. Ad organizzarsi. A prendere le armi. A caricarle. A pulirle. Ad affilarle. A preparare un piano d’azione sotto i consigli di Elaine. Ed io devo prendere tempo per far sì che loro si organizzino al meglio.

Ho la benda. Non sono Guybrush Threepwood. Sono Tenaglia.

Vedo arrivare sul ponte Largo, con l’espressione più austera, dura e tronfia che io abbia mai visto sul suo volto. Ma è la figura accanto a lui che mi lascia sgomento per secondi che paiono secoli.

Una massiccia ombra di un blu assassino, fluttuante ma dannatamente vigorosa, con una tempestosa barba e degli occhi iniettati d’Inferno, sta accanto a Largo fagocitandolo con la sua imponenza, ispirando, a guardarlo a lungo, il gelido silenzio della Morte.

LeChuck.

Devo trovare una scusa. Tenerli lontani dalla città più a lungo possibile perché possa organizzarsi il furente esercito. Dico a Largo che Elaine è scappata e che li guiderò in giro per l’isola per cercarla. E’ la prima scusa che mi è venuta in mente dopo la mia improvvisata riflessione. E’ quella buona.

Ed eccomi qua. A portare in giro per le foreste piene di rametti secchi un birbante forzuto quanto nano ed un temibile evanescente mostro vomitato dagli inferi. Che diavolo mi ha spinto a fare una cosa del genere? E’ pazzia. Pazzia pura. E cosa spinge l’uomo alla pazzia? L’amore? No.

Elaine mi piace molto. Ma non è amore. Lei mi tratta come un fratello minore. Io credo che l’amore sia la definizione che i poeti hanno inventato per descrivere gli orgasmi dell’anima.

No. A spingermi qui, nel freddo di coltelli, mentre però a farmi rabbrividire è la paura per le figure dietro di me, è stato un sentimento più grande dell’amore. La vita. Ecco cos’è stata.

Il desiderio di poter realizzare finalmente il mio sogno. Il desiderio di spezzare i legami con il Mondo e di poter volare.

Largo e LeChuck non sembrano inclini alla filosofia, per cui non intrattengo con loro queste mie congetture.

-Uccidilo!- tuona LeChuck. Si sono stancati. Li ho fatti girare per l’Isola in lungo e in largo per prendere tempo. Ci siamo anche impantanati nella palude. Alla fine io dico che Elaine è sicuramente in città. Questo con la scusa di farli cadere dritti dritti nella trappola. LeChuck ordina a Largo di tagliarmi il collo, e di condurlo poi in città da Elaine.

Largo mi butta a terra, mi toglie la benda e mi punta la gelida lama contro la gola. Ora sono Guybrush e sto per morire. Il mio primo pensiero in quel momento è che non mi scoprano la birra di radice che tengo sotto la camicia.

Secondi che sembrano secoli. Un secolo. Due secoli. Trecento anni. Largo toglie l’arma.
LeChuck gli ha ordinato di lasciarmi andare, perché sarà più piacevole uccidermi sotto tortura dopo, in caso non riuscissimo a trovare Elaine. In realtà LeChuck aveva già intenzione di non uccidermi. La messinscena del coltello puntato era solo per mettermi paura. Per farmi capire chi comanda. E c’era riuscito.

Li riporto lungo la strada, che mi sembra lunghissima, con le tempie che mi battono all’unisono e il cuore in gola.

Arriviamo al ponte di Woodtick. Lo attraversiamo. Ho ancora le gambe? Sì. Mi sento più fantasma di LeChuck in questo momento. L’ansia mi rende leggerissimo. Il segnale. Devo lanciare il segnale.

Grido. “Elaine!!!” Grido. LeChuck e Largo hanno dei dubbi. Tanti. Ma tutto è scuro e confuso, poi chiarissimo, quando esce la folla armata. LeChuck urla un indicibile imprecazione. Contro Largo. Largo capisce che non potrà più entrare nella ciurma del Capitano. Mi dispiace. Anche Largo aveva un sogno, e io ho contribuito a infrangerlo. Ma dovevo. La vita è un ciclo di gerarchie patricide, di alternanza di generazioni, di governi e di pensieri.

Largo è arrabbiato. Vuole uccidermi. Lo sfiora colpo di proiettile e gli apre la manica della camicia. Elaine soffia sulla canna di una pistola. Largo si strappa la manica. Estrae un pugnale e comincia a correre come un cavallo imbizzarrito contro i suoi attentatori.

LeChuck? Attaccheranno anche lui? Lui si scaglierà contro di loro?

Capisco in quel momento che LeChuck non ama le trappole e le fregature. Non ama essere preso in giro. I suoi occhi iniettati d’Inferno sono rivolti furenti verso di me.

 

 

Ora sì. Ora davvero. Ora sul serio c’è LeChuck che mi prende a pugni e mi sbatte lontano, unendo alla mia sensazione di dolore quella della vertigine del volo.

Non sono più sul ponte. Dove sono? Non so ma so che la mia mascella è gonfia. Come fa uno spettro a colpire le persone. Può? LeChuck ci riesce benissimo.

LeChuck mi fa atterrare su un letto di foglie nella foresta. Sono caduto sulla schiena. Un pugno solo. Dal ponte di Woodtick sono arrivato fin qui su un letto di foglie.

Vedo il cielo stellato, e la sua bellezza mi commuove.

Arriva LeChuck e lo avverto perché sibila fra i rami come un vento malefico. LeChuck prende forma davanti a me. E’ terrificante e spaventoso. LeChuck è la punizione per il mio ardire. Per il mio andare contro le leggi della natura. Per il mio istinto patricida. LeChuck è la terrificante evanescenza che allunga il suo braccio e lo stringe intorno al mio collo come fosse un serpente.

LeChuck è la risata di un mostro ai miei rantoli di soffocamento. LeChuck è il mio dolore.

In questa unione di energie gettate in pasto al tempo, io e LeChuck siamo legati come fratelli.

Mi rigira su me stesso. Mi arriva un altro pugno. Ed è di nuovo il vuoto.

Il Mondo sfreccia sotto di me. Atterro su un sasso. Riesco a pararmi e l’impatto è minimo. Le mie braccia non esistono più. Sento mille vetri trafiggermi il petto. E’ così che si muore? No. E’ la bottiglia sotto la mia camicia. Si è rotta. Ma non è andata persa del tutto. Sento del liquido scorrere giù dai miei vestiti. Tengo la bottiglia. Si è rotto alla base e la capovolgo per conservare quello che posso. Arriva LeChuck e nascondo tutto sotto la camicia.

LeChuck ride di una risata spaventevole, che mi riempie di una sensazione di una paura evirante.

Ripongo fiducia all’energia dentro di me. Eccola. La mano di LeChuck. Si allunga verso di me. Lenta. Vuole strozzarmi di nuovo. No.

Velocissimo. Sono io. Da sotto la mia camicia tiro fuori la bottiglia e la scuoto in aria. La tengo stretta nella mia mano e faccio compiere al mio braccio un’evoluzione. Tutto il liquido contenuto va perso nell’aria. E cade sul braccio di LeChuck. Ora vedremo se il barista aveva ragione.

 

Sì.

 

Il braccio di LeChuck svanisce sotto le sue urla di dolore. Come una miccia, il braccio comincia a sciogliersi del tutto, ed alla fine si scioglie la spalla. E dalla spalla comincia a disfarsi tutto il corpo. LeChuck mi guarda. Non riesco ancora a capire cosa volesse dire quella sua espressione.

Morta. Paura. Rabbia. Amore. Fratellanza. Odio. Aiuto. Cosa? Cosa?

Non lo so ma mi sentii improvvisamente triste. Vedo LeChuck esplodere di fronte a me.

E torno a sdraiarmi per guardare il cielo stellato. E commuovermi.

 

 Con Elaine sul molo, guardiamo la nave fantasma affondare e sciogliersi, mentre l’esercito di Scabb dissolve il galeone e tutto il suo equipaggio con le ultime riserve di birre. Porto un braccio intorno alla spalla di Elaine. La bocca mi fa male. Elaine ancora non l’ha baciata. Il suo sguardo è molto dolce. Sposto la lingua nella mia guancia calda. Sento il caldo e denso sangue delle ferite. La mia bocca viene pervasa da un sapore. Il sapore di vittoria. Sapeva di sale.

 

Tratto da- Le memorie di Guybrush Threepwood. Gli anni di Scabb Island.

 

(DANILO “IENA” PUCE)